DISCO E RADIO

La disco-music era in origine una forma di musica underground che veniva eseguita nei club e nelle discoteche. Per via della sua caratteristica essenziale, ossia essendo una musica ballabile, inizialmente non soddisfaceva quella parte del pubblico dedita principalmente all'ascolto, dunque non la si riteneva adatta ad essere trasmessa per radio. Nonostante questo, man mano che la disco-music otteneva popolarità, cominciò anche ad essere trasmessa per radio, addirittura, alcune emittenti locali cominciarono a volgersi totalmente al genere disco. Forse gli esempi meglio conosciuti di questo atteggiamento furono la WKTU di New York ed il servizio in lingua inglese dell'europea Radio Lussemburgo. Radio Lussemburgo integrò il genere disco, proponendo una combinazione di musica pop, disco. Molte stazioni radio americane iniziarono a trasmettere soltanto disco-music. Le stazioni radio nazionali del Regno Unito, come BBC Radio One, e le stazioni locali indipendenti trasmetteva disco-music ma solo come una parte della loro programmazione generale. La proporzione era determinata in gran parte dai successi e dalle classifiche di vendita dei dischi. In Italia le emittenti libere nate sull'onda della disco-music, durante i loro primi anni di vita diedero, copiosamente spazio alla musica di questo genere fino a quando la produzione discografica di questo tipo non è notevolmente diminuita per lasciare il posto ad uno stile maggiormente indirizzato verso il funky. Contemporaneamente era rinato con insospettato vigore il rock. In tutto il mondo, esso era di nuovo balzato prepotentemente alla ribalta dopo lo sviluppo musicale che aveva seguito il punk-rock e la new-wave. Non si dimentichi, infine, il favore che un certo periodo godette anche il reggae. Dopo la morte del più grande esponente di questa ritmica musica giamaicana, Bob Marley, scomparso nei primi giorni del maggio 1981, un vasto pubblico riscoprì, grazie alle radio locali, tali sonorità conferendo al reggae una certa popolarità pure in Italia. A cavallo tra gli anni ’70 e ’80 è era così stretto il legame tra radio, musica, DJs e discoteche, che s’innesco addirittura una specie di polemica: in termini generali era opinione comune tra coloro che controllavano i programmi, che i buoni disc-jockeys da discoteca non fossero necessariamente dei buoni presentatori, sostenendo, naturalmente, anche il ragionamento inverso, ossia che i conduttori radiofonici quando si trovavano davanti al pubblico non erano sempre in grado di sostenere le situazioni. Vi sono però le classiche eccezioni. Secondo l'opinione di Johnny Beerling, produttore esecutivo della BBC Radio One, l'esperienza in discoteca non era affatto utile alla radio: “Questo tipo di lavoro non vi serve se volete far carriera nelle trasmissioni. C'è una differenza enorme tra il lavoro davanti ad un pubblico di qualche centinaio di persone, e lo starsene chiusi in un piccolo studio e parlare a diversi milioni di persone con solo un tecnico per pubblico”.

 

LO STUDIO 54 DI NEW YORK

STUDIO 54: LA PRINCIPESSA SUL PISELLO…DI CHIUNQUE!

Si mostrava come un luna-park stracolmo di infantili follie per adulti col cervello in ritardo sulla tabella di marcia, un colorato baby-parking (non di certo per le dimensioni) dove tutti volevano andare per sentirsi bambini, almeno nel senso di abbandonarsi ad un divertimento senza limiti convenzionali. Un mondo effimero fatto di paparazzi, subrettine, celebrità a caccia di scoop e vanesi da strapazzo. Lo Studio 54 è stato il luogo che meglio ha incarnato la componente più “travoltina” ed epidermica della disco-music, ma al contempo anche quella più superficiale, futile, appariscente e decadente. Situato al 254 Ovest della Cinquantaquattresima Strada a Manhattan, tra la Settima e l'Ottava Avenue, questo specie di Bilionaire ante-litteram, che fece di ogni eccesso virtù, per tre anni rappresentò l’alcova ideale di una “disco” in fase terminale, bella senza più anima ed asservita al demone dello show-businness. La stampa del gossip vi pescava a piene mani, inventando cronache fasulle al limite della leggenda metropolitana. Non a tutti era consentito l’ingresso: questo bastava dunque ad accendere la vogliosità ed alimentare la fantasia del popolino. I giornali mostravano le foto di un isterico ed incontenibile corteo di vip, o presunti tali, che sfilavano in quel moderno postribolo senza pareti, tappezzato da lunghi tappeti in dieci rotoli di convenienza, di pessimo gusto e puntellato da alberi di fico alti dieci piani di morbidezza. Il racconto di baccanali orgiastici che una pletora di assatanati in preda alle droghe inscenava nelle zone riservate del locale e dei luculliani megaparty a tema servivano solo ad accrescere il desiderio di quanti non potevano metterci piede e che non c’avrebbero mai messo piede. La febbre del Sabato Sera e tutto l’indotto travoltino-modaiolo fu un elemento indispensabile per lo Studio 54 come l’ipotenusa per calcolare l’area di un triangolo. In realtà, nonostante l’impegno del DJ resident, Richie Kaczor, per i ballerini più accaniti esistevano posti più dignitosi per la musica, dove trascorrere la notte, ammantati da impianti luci impressionanti, come quelli del 12 West, dell'Infinity o dell'Ice Palace. Al contrario Studio 54 era una sorta di Bolliwood per finte star del cinema muto e sordo ( la musica aveva solo una funzione “enzimatica”, ossia di acceleratore delle droghe e dell’alcool); per i cacciatori di autografi, per i voyeur, per i mondani del fine settimana rappresentava una panacea, un ideale analgesico contro il logorio della vita moderna. Tutti insieme a far baldoria: divi dei telefilm a puntate, rock-star pentite sulla via di Damasco, gente comune e mal comune mezzo gaudio, belli, brutti, bianchi, neri, etero e omosessuali si mescolavano in tritacarne condito con estratti ascellari di ghiandole sudoripare ed improponibili profumi da vecchie baldracche. Un pigia-pigia, un parapiglia, un andirivieni di corpi esposti al sole dell’avvenire, orfani del passato più prossimo e alla caccia di un futuro anteriore, stantuffati e percorsi dal martello incessante di una disco-music ai saldi di fine stagione: la peggiore che si potesse ascoltare nel raggio di qualche miglio. Come – già detto- non lontano, c’era davvero di meglio. Chi riusciva ad oltrepassare le transenne, si sentiva come un fuggitivo alla volta della “terra promessa”, dopo che le acque del Mar Rosso erano state divise da un “buttadentro” nei panni di un novello Mosè. Una volta guadato lo spartiacque di velluto mille rivoli e traversate le imponenti porte d'ingresso che, come delle rapide, conducevano ad un torrente in piena, si annegava in mare di piaceri effimeri con l’illusione di aver trovato l’elisir di eterna giovinezza. Un sogno pronto a trasformarsi in incubo al risveglio, dopo l’ennesima sbornia di allucinogeni e spremute di Bacco. La pietanza venne servita a puntino da un ex-venditore di bistecche Steve Rubell e da un agente immobiliare, Ian Schrager. I due accoliti, dopo aver gestito vari ristoranti, decisero di sfruttare l’onda lunga della disco-music, dapprima con una fallimentare esperienza, nata dalla balzana idea di trasformare uno dei loro Steak Loft, siuato a Douglaston nel Queens, in una discoteca chiamata Enchanted Garden, nella speranza di sfruttare la voga del momento ed in seguito con la realizzazione dello Studio 54. Dopo una lunga ricerca, venne individuato il posto: un edificio vuoto sulla Cinquantaquattresima Strada. Lo stabile era stato costruito nel 1927 e aveva funzionato inizialmente come San Carlo Opera House, convertito poi in teatro-ristorante Casino de Paris ed infine trasformato in teatro di posa televisivo della CBS. Quando la CBS si trasferì a Hollywood, l'edificio finì in stato di abbandono. Ci vollero solo sei settimane perché lo Studio 54 diventasse il più esclusivo e pacchiano disco-club di tutti i tempi. L'arredamento barocco degli interni originali venne conservato, restaurato e abbellito. Sui 1.800 si abbattevano, come una squadriglia di bombardieri, 54 differenti effetti luce, fiamme di stoffa svolazzanti, strisce di alluminio ondeggianti, neon rotanti, rotor impazziti, luci strobo e torri di riflettori colorati che diffondevano luci intermittenti e che si alzavano e si abbassavano sull’ammasso umano dislocato sul dance-floor. In quel panino imbottito di carne umana, tutto poteva servire per oltrepassare i limiti del buon gusto: bufere di neve sintetica, palloni di varie fogge e dimensioni venivano catapultati in momenti prestabiliti sugli avventori, mentre Il celebre “Uomo sulla Luna” veniva calato fra i presenti all'acme dalla frenesia notturna, per offrire ai più fortunati l’ambito contenuto di un cucchiaino d'argento, con tutta probabilità cocaina et similia. Il volersi prendere gioco delle convenzioni, esibendo al mondo i peccatucci illegali ed i bassi istinti repressi alla luce del sole, portò il locale alla rovina . Inaugurato 26 aprile 1977, il club propose immediatamente una differente strategia di marketing rispetto a tutti gli altri locali allora in voga. Al 54 non si andava solo per ballare, ma per essere circondati da personaggi noti, ecco dunque, che per la prima volta gli scatti dei vip apparivano sulle prime pagine dei giornali, opportunamente foraggiati, solo per il fatto di aver passato una notte in discoteca. Lo studio 54 diede vita ad una vera e propria fiera delle vanità, talvolta un mercato bestiame di tipo kitsch, tra il trash e il ketchup: l'immagine di Bianca Jagger che galoppava su uno stallone bianco all'interno del club in occasione del suo party di compleanno fu solo la prima di una serie di dissacranti foto che fecero il giro del mondo e dell’immaginario collettivo. Prima discoteca a promuovere la politica della selezione all'ingresso, fece dello Studio 54 un luogo ancora più ambito da visitare. Rubell, uno dei titolari, definiva questa procedura "pulire l'insalata". Non voleva che nessun gruppo fosse prevalente all'interno della pista da ballo e aveva istruito il personale alla porta affinché venisse introdotta una quantità equilibrata di neri, travestiti, celebrità, gente normale, modelle, gente dei sobborghi, sballati e anziani. Durante una storica notte fu rifiutato l'ingresso persino a Cher. Rubell sapeva che non si rendeva esclusivo il club, più la gente avrebbe fatto follie per entrare. Sapeva anche che la folla ammucchiata fuori dal locale era parte integrante della messinscena, alla medesima stregua dello spettacolo d'élite all'interno. Tutto studiato a tavolino: la plebe disco moriva letteralmente dalla voglia di entrare e solo chi riusciva a penetrare nel ventre della balena, si ritrovava a partecipare a un'orgia degna degli antichi Etruschi: droghe, bevande ad alta gradazione e sesso a profusione per tutti. Lo Studio 54 diventò famoso anche per i sue feste a tema. Per non parlare delle serate di gala in cui si esibivano Grace Jones, o il party per la première di Grease. Anche il più sprovveduto degli osservatori sapeva che quella Las vegas del piacere sfrenato non potesse durare in eterno: tutto troppo esibito e soprattutto troppo illegale. Si pensi che il club non possedeva neppure una licenza permanente per gli alcolici, permesso che andava rinnovato giorno per giorno: pena il non poter mescere bevande graduate. Un’operazione di polizia porto alla chiusura del locale con un raid che ebbe luogo alle 9.30 di mattina del 14 dicembre 1978. Quaranta agenti perquisirono il locale sotto lo sguardo sconcertato dei dipendenti riuniti in attesa di ricevere la paga. Furono rinvenuti doppi libri contabili e sacchi pieni di denaro nascosti dovunque. A Schrager fu trovata una busta di cocaina nel borsello. Dopo una richiesta di patteggiamento sul procedimento per frode fiscale (l'imputazione a Schrager per detenzione di cocaina fu lasciata cadere ), i due titolari furono condannati a tre anni e mezzo di detenzione. Chiuso e riaperto il locale ebbe vita breve: ben presto l'alone di magia sparì, le star del cinema smisero di frequentarlo e gli anni Ottanta ne appannarono il lustro. Qualche mese più tardi dello Studio 54 non rimase che uno sbiadito ricordo. Lo Studio 54 ha rappresentato il climax, il punto più alto dell’era disco, intesa come appariscente “consumo” di tutto, tranne che di musica: il 54 sarebbe esistito anche a suon di balalaike e tamburelli tirolesi. Una follia collettiva come quasi tutto ciò che ha portato la disco-nusic ed il mondo ad essa legato verso il baratro. Nel momento in cui la disco, da fenomeno “underground” divenne “mainstrem”, (e ciò riguarda particolarmente quanto accaduto tra il 1978 ed il 198O), venne aggredita e risucchiata in un microcosmo virtuale da tutti quei simboli di consumo materiale ed epidermico, quali cinema, fashion, gossip, etc. che le impedirono di assurgere a fenomeno musicale e sociale di tutto rispetto (almeno fra il ’72 ed il ’77). Oggi, dimenticati i lustrini, i pagliacci, i saltimbanchi, le donne senza cervello e gli uomini senza pisello, si potrebbe tentare una rivalutazione, anzi si dovrebbe!